Royalty Crowdfunding: associazione in partecipazione e prime esperienze

Il Royalty Crowdfunding è quella tipologia di Crowdfunding dove al momento della sottoscrizione della quota su un portale, si acquista una partecipazione a determinate categorie di vendita dei diritti del prodotto al quale si è contribuito, in pratica si diventa co-produttori di un prodotto per il quale si partecipa alla divisione degli utili derivanti dalla vendita di alcune tipologie di diritti di sfruttamento.

Sporadici i casi di realizzazione di tale tipologia di Crowdfunding in Italia. Diverse sono le strade per attuare questo modello. Alcune di queste saranno da noi trattate per offrire un panorama completo della disciplina applicabile. Iniziamo con l’associazione in partecipazione.

Attuando lo schema dell’associazione in partecipazione al Royalty Crowdfunding possiamo facilmente intuire come si possa trovare nel crowd il finanziamento alla propria iniziativa artistica che sia la produzione di un album musicale, di un cortometraggio, di un cartone d’animazione, di un film o l’organizzazione di un tour.

Royalty Crowdfunding  e l’associazione in partecipazione

La norma

L’associazione in partecipazione è il contratto con il quale una parte (l’associante) attribuisce all’altra (l’associato) una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto. Art. 2549 c.c.

Limpida in apparenza la comprensione di questo articolo del codice civile che ci propone l’ipotesi in cui vi sia un industrial partner (l’associante) e gli investitori (gli associati). Gli investitori investono del danaro per poter partecipare agli utili dell’industrial partner che utilizzerà le risorse ottenute ai fini della realizzazione di un dato progetto imprenditoriale. Gli investitori possono associarsi all’industrial partner anche solo per il compimento di una specifica iniziativa economica dello stesso. Oggetto del contratto sarà la disciplina dei rapporti tra gli investitori e l’industrial partner, da questi non nascerà in ogni caso cointeressamento degli investitori nella gestione degli affari dell’industrial partner, né darà vita alla formazione di un patrimonio comune né di attività economica; gli investitori non saranno imputabili oltre che dell’impresa nemmeno dell’affare dedotto nel contratto. Gli investitori oltre a partecipare agli utili dell’affare dell’industrial partner partecipano anche alle perdite dello stesso limitatamente a quanto investito. Gli investitori hanno diritto di ricevere dall’industrial partner un rendiconto annuale sulla gestione dell’affare in modo da poter effettuare i propri controlli sulla congruità dello stesso.

Profili tributari

Per ciò che riguarda il regime tributario degli utili realizzati dall’industrial partner e percepiti dagli investitori, possiamo affermare che essi costituiscano reddito di capitale per tutti i soggetti tributari che non producono reddito d’impresa (persone fisiche non imprenditori; associazioni e società semplici; enti non commerciali).

Per gli investitori che rientrano in questa categoria bisogna introdurre una distinzione in base all’ammontare del patrimonio netto contabile dell’industrial partner alla data della stipula del contratto.
Qualora l’investitore investa un apporto superiore al 5% (società quotata)/25%(società non quotata), gli utili andranno a formare base imponibile nella misura del 49,72% (art. 47, co.2, TUIR). Se invece la somma investita risultasse inferiore alle queste soglie l’utile verrebbe assoggettato ad un regime tributario differente per il quale si prevede una ritenuta a titolo d’imposta del 20% (combinato disposto: art. 3, co. 3, lett. a) TUIR & art. 27, co. 1, D.P.R. n. 600/1973) . 

Royalty Crowdfunding: prime esperienze in Italia

In Italia, le campagne in modalità Royalty sono poche e tra i primi a realizzare questo modello nell’ambito di una piattaforma Reward (come Produzioni dal Basso) è stato Emanuele Caruso, prima con “E fu sera e fu mattina”  e ora con “La Terra Buona”.
Questa la sua esperienza…

Ciao Emanuele, raccontaci un po’ chi sei.

Io sono… ero un ragazzo che usciva da una scuola di cinema, che aveva, un po’ come accade oggi, un sogno di fare un film di cui dirigere la regia. Non conosceva questo mondo e non riusciva per un motivo o per un altro ad entrare nelle logiche del cinema attuale… nelle logiche, direi, strettamente produttive, di finanziamento. Uscito da questa scuola ho iniziato fare quello che fanno tutti: mandare curriculum, inviare email, mandare curriculum, inviare email, mandare curriculum, ricevendo picche e spesso neanche ricevendo risposte. Non capivo come si riuscisse ad avere altri soldi dopo averne già avuti per produzioni nazionali.
Una sera una mia collega mi presentò il Crowdfunding. Il primo sito che mi presentò fu proprio Produzioni dal Basso. Parliamo del 2009. Mi piacque subito, capii altrettanto velocemente che il “meccanismo Reward” non faceva al caso nostro e ho detto “Proponiamo una sorta di azionariato popolare!”, il Royalty Crowdfunding. Con il primo film, in un anno e due mesi circa siamo riusciti a raccogliere 43 mila euro su 150 mila di target. Molto meno quindi. C’erano molti problemi, come i pagamenti solo tramite carte di credito… A pensarci bene anche oggi lo è, almeno dalla mia esperienza è difficile che la vera folla ti finanzi, perché la procedura per farlo è ancora molto difficile e articolata. Ad ogni modo riuscimmo ad integrare il capitale trovando noi degli investimenti che ci portarono a 70 mila euro.
“E fu sera e fu mattina” uscì al cinema in completa autodistribuzione. Io non sapevo nemmeno cosa volesse dire “distribuzione”, sta di fatto che nessuno lo ha voluto distribuire. Il film va bene, molto bene. Al cinema incassa 300 mila euro. Ora, lasciami dire, se un Checco Zalone incassasse 300 mila euro sarebbe chiaramente un FLOP, ma un Checco Zalone gira film con cifre diverse da 70mila euro. Noi abbiamo fatto un film con attori sconosciuti, senza pubblicità, senza distributore, pochissimi soldi e da gente non esperta (è il mio primo film!) ed è diventato un bel caso nazionale, abbiamo vinto il premio F.I.C.E. come miglior film indipendente dell’anno. Sinceramente non me lo sarei mai spettato! Da quell’esperienza lì siamo ripartiti con il nuovo film che si chiamerà “La terra buona” la cui campagna su Produzioni dal Basso scadrà tra qualche giorno e anche qui abbiamo proposto lo stesso meccanismo.

Perché per il tuo film hai scelto il Royalty Crowdfunding e non il Reward Crowdfunding?

Sono due cose diverse. Il Reward lo fa chi vuole donare, comunque lo spirito è quello: io voglio donare X ma non lo faccio propriamente come investimento, non comprerei un album a 25 euro altrimenti. Il punto è che è difficile fare grandi cifre. Nel Royalty Crowdfunding invece, la gente lo fa per sostenerti, ma è anche una forma d’investimento.

Come e quanto posso investire nella tua iniziativa su produzioni dal basso?

Ci sono delle quote che vanno da 50 euro a 20 mila euro, ad ogni incremento di 50 euro si sottoscrive una quota aggiuntiva, più quote acquisti, più la tua percentuale aumenta. Posto che nel Reward girano cifre minime di gran lunga minori, nel Royalty Crowdfunding l’investimento minimo è di 3/4 quote a fronte della 1/2 per il Reward. Se io ti sostengo e penso che tu valga al punto di investire su di te è normale nel Royalty investire più di una singola quota. 370 sostenitori 70.000 euro, questa è la nostra media. Ovviamente questo implica costi di gestione, nello specifico c’è una persona che si occupa solo dei sostenitori, Cinzia, che è anche una sottoscrittrice di una quota della nostra società e parte integrante della casa di produzione.

Come vengono gestiti le eventuali remunerazioni dell’investimento?

C’è una società che viene costituita o apposta per il film o preesistente, che fa un bilancio e retribuisce in base alla percentuale di diritti sull’utile della quota che si è sottoscritta al momento della sottoscrizione.

Quali sono questi diritti?

Ad esempio, noi abbiamo 2 categorie di diritti di vendita alle quali partecipano i funders: diritti di vendita cinematografica e diritti di vendita televisiva.

E sulla vendita all’estero?

Si, ma deve aver investito una quota al di sopra di una determinata percentuale.

Quanti modelli contrattuali mettete a disposizione degli investitori?

Quattro, taluni hanno delle necessità particolari: personale, società, cinema, diritti estero.

Un tuo giudizio su quest’esperienza?

La spirito con il quale le persone fanno questo tipo di investimento? Nessuno di loro pensa di diventare ricco, più o meno tutti sperano di ricevere indietro quello che hanno speso, ma non c’è nessuno che ci chiede di contrattualizzare la cosa. Era successo con “E fu sera e fu mattina” e mi ero chiesto già allora “perché?”. C’è stata gente che ci ha dato 5.000 euro e non ci ha chiesto neanche il contratto, gente che ci ha dato i soldi, gli abbiamo spedito il contratto e non ce lo ha mai mandato indietro. Per la nostra ultima iniziativa “La Terra Buona”, su 373, solo 2 persone ci hanno chiesto il contratto. La fiducia… Io non ho dato nessun dettaglio del progetto, nulla! Né un soggetto, né una sceneggiatura… La gente lo fa per un’emozione, per l’emozione del progetto che io chiamo “investimento” e loro chiamano “contributo”. Mi chiamano dicendo: voglio contribuire anch’io! Anche quello da 5.000 euro lo ha chiamato “contributo”. La metà delle persone che per “E fu sera e fu mattina” ci ha detto di non voler indietro i soldi, ci ha detto di tenerli per il prossimo film. Per loro è stato bello poter partecipare ad un film così bello. Mi ha emozionato, la loro motivazione mi ha emozionato!

Giovanni Gaeta

Giurista classe ’88, laureando in Giurisprudenza presso l’Università di Tor Vergata di Roma con una tesi sui mercati finanziari che ha ad oggetto il Crowdfunding. Appassionato, neanche a dirlo, di diritto dei mercati finanziari, diritto societario e contrattualistica; dal 2015 collabora con uno studio legale per approfondire la conoscenza sul campo.

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