Il crowdfunding in Italia (ancora) non esiste

56,8 Milioni raccolti nel 2015 e 91 piattaforme attive, ma il mercato del crowdfunding in Italia stenta ancora a decollare.

Con quasi 57 milioni di raccolta (Univ. Cattolica & TIM, 2016), l’Italia rappresenta il 10% del mercato Europeo del CW a fine 2015. La dimensione media del finanziamento per progetto si aggira sui 5.000 euro (Starteed, 2016). Il modello reward-based incide per il 13% del mercato italiano del CW, mentre la forma prevalente in termini di raccolta è il lending, che pesa per il 67% del totale delle risorse investite (Starteed, 2016). Il valore complessivo dei progetti finanziati attraverso le piattaforme intervistate ha subito un incremento dell’85% rispetto a maggior 2014 (30,6 milioni raccolti).

Al pari dell’Europa, che rappresenta il 3% del mercato mondiale, l’Italia ha ancora oggi una posizione marginale nel panorama internazionale, essendo la sua capacità di attrazione di risorse finanziarie pari allo 0,3% della raccolta al 2014 su scala globale (Massolution, 2015).

Il numero di campagne ricevute dalle piattaforme si registra un incremento del 108% rispetto al 2014. – Interessante. – Il numero di campagne pubblicate invece aumenta del 67% rispetto al 2014. – Ah però. – Il tasso di successo decresce del 7%. – Aiha. 

Facciamo un paio di riflessioni. Il numero di campagne presentate aumenta, ma poca roba se non si trasforma in campagne attive. In aumento anche il numero di campagne pubblicate, tuttavia decresce il tasso di successo. Maggiori quantità non ha quindi significato migliore qualità delle proposte progettuali. Calano così le probabilità di successo delle campagne, segnando meno sette punti percentuali.

Brillantina e pettine, niente da fare, sta piega non viene ragazzi. Cosa stiamo sottovalutando? Io un paio di idee le avrei, le sparo, magari qualcuno mi contraddice.
#1 Cultura

Inutile girarci attorno, persiste un problema di cultura sul fenomeno del Crowdfunding. Non servono dati sulla sharing economy, basta leggere i commenti scritti da alcuni utenti (e la cosa più drammatica è che siano giovani digitalmente acculturati a scriverli) su alcuni post Facebook di note piattaforme. Ve ne posto uno, così magari ci capiamo.

Quando ho letto quelle risposte mi sono sentita avvilita. Lungi da me sostenere che tutti debbano condividere il fenomeno ed apprezzarne le logiche, ma rabbrividisco nel sentire accostare la parola crowdfunding all’elemosina. Qualchequadra non cosa. Se stiamo trasmettendo un messaggio, allora lo stiamo facendo male. La folla intesa in senso lato non ha ancora ben chiaro cosa sia il crowdfunding, come funzioni, ma soprattutto il valore aggiunto che crea per i creators e per i backers.

#2 Bancocentrismo

In Italia la parola credito è sinonimo di banca. Storicamente ogni nucleo economico (imprese & famiglie) si è rivolto al canale bancario per ottenere credito. Il debito bancario rappresenta in Italia il 48% del PIL, con una incidenza sulla leva finanziaria totale pari al 62% (Banca d’Italia, 2016). Ciò significa che i debiti delle imprese per il 62% sono di natura bancaria. In Italia il peso del mercato obbligazionario appare relativo, 13% contro il 26% della GB ed il 41% degli States. Parallelamente, il mercato e la cultura del capitale di rischio sono molto meno sviluppati. In particolare, il mercato italiano del venture capital e del private equity pesa appena l’1,5% dell’intero mercato europeo, con una quota destinata all’early stage financing (segmento su cui interviene anche l’equity cf) assolutamente marginale e pari al 2% (AIFI, 2015; EVCA, 2015). In sintesi, la banca rappresenta per tradizione la principale fonte di finanziamento delle iniziative economiche condotte in Italia.

Voi direte e dunque? E dunque, prima di parlare di finanza alternativa, bisogna spiegarla alle imprese e alle famiglie cos’è sta benedetta nuova finanza. Che a valle delle ultime tre crisi (2008 -2011) gli italiani sono ancor più spaventati e diffidenti. E’ indubbio che necessitiamo di un cambio di paradigma, anche alla luce delle recenti crisi di noti istituti bancari (vedi caso Monte dei Paschi). Il bisogno di stabilità del Paese e la necessità di ristabilire regole di ordine sociale e morale rappresentano anche per la finanza alternativa un terreno fertile per ristabilire un rapporto fiduciario con il mercato del risparmio. Il crowdfunding può contribuire grazie alle sue logiche democratiche a ripristinare l’originaria funzione della finanzia: l’allocazione equa di risorse finanziare nel tempo e nello spazio utile al sostenimento di un corretto sviluppo dell’economia reale per accrescere il benessere della collettività.

#3 Scarsa cultura sulle donazioni

Italiani brava gente, italiani dal cuore d’oro cantava Caparezza.

E invece dati alla mano scopri che non siamo certo generosi come ci dipingono. Doniamo dieci volte meno degli americani, e sei volte meno in proporzione alla ricchezza che possediamo. Nonostante le recenti innovazioni ini campo fiscale, le donazioni pesano appena per lo 0,3% del Pil e per lo 0,05% della ricchezza totale netta delle famiglie contro, ad esempio, l’1,4% e lo 0,4% rispettivamente degli Stati Uniti (ultimi dati disponibili: Istat 2013; Giving Institute 2014).

#4 Digital divide

I dati diffusi dalla Commissione Europa (2016) confermano che l’Italia soffre ancora di un gap tecnologico notevole rispetto ai vicini più industrializzati. Il Digital Economy and Society Index (DESI)– indice di digitalizzazione dell’economia e della società –elaborato dalla Commissione Europea valuta il grado di avanzamento degli Stati membri dell’UE verso un’economia e una società digitali. Esso aggrega una serie di indicatori strutturati sulla base di cinque dimensioni: connettività, capitale umano, uso di Internet, integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici digitali. Inoltre rispetto alla media europea del 75%, in Italia solo il 63% della popolazione italiana utilizza regolarmente internet per acquisire informazioni, effettuare acquisti online e condividere esperienze e notizie sui social network. L’Italia secondo il DESI si posiziona al 25° posto tra i 28 Paesi Membri, soffriamo ancora un notevole gap tecnologico con il resto d’Europa.

Ora, considerato che la condizione primaria del crowdfunding, l’habitat dove il fenomeno nasce e si sviluppa è Internet, a me non pare un dato di poco conto.  Le campagne di crowdfunding non solo “sostano” in luoghi virtuali dedicati – le piattaforme – ma le stesse migrano nella rete grazie ai processi di social engine, ossia di condivisione su altrettante piattaforme. Pertanto, il grado di cultura digitale delle famiglie e delle imprese influenza chiaramente con la diffusione dei progetti e le traiettorie di sviluppo del crowdfunding in Italia.

#5 Piattaforme

“Più della metà delle piattaforme (il 51%), poi, ha meno di 5 mila utenti e la metà dei siti dedicati al crowdfunding (49%) meno di 500 donatori: non raggiungono insomma la massa critica per farsi conoscere e scegliere” sbotta BusinessInsider. Piattaforme di crowdfunding, e ne siete ribadisco 91, non vi siete sentite toccate da questa schietta dichiarazione?

Io mi sarei offesa, prima, poi ci avrei ragionato. E le basi ci sono eccome. Purtroppo hanno ragione, il mercato dal lato dell’offerta è polverizzato. Ce ne sono di tutti i tipi, settoriali, generaliste, nazionali, territoriali, eppure davvero poche riescono a raggiungere la massa critica di cui necessitano per sopravvivere.

La recente indagine condotta da CrowdfundingHub in collaborazione con la commissione europea ha consentito di mappare le principali piattaforme operanti in Europa. Nonostante si registri anche a livello europeo un crescente tasso di natalità delle piattaforme di CW, gli esperti interrogati dal report confermo che Indiegogo e Kickstarter risultano essere particolarmente note ed apprezzate.

Ma qualcuno si è chiesto perché? Sicuramente sono state pioniere nello scenario globale, in una prospettiva Schumpeteriana queste due piattaforme hanno contribuito in modo significativo alla comprensione di un fenomeno macro di così ampia portata come il CW.

La spiccata preferenza dei progettisti europei per queste piattaforme non è certo casuale, ma precisamente determinata dal loro grado di notorietà. Io credo che la chiave del successo sia nella loro fame di innovazione.  Loro Schumpeter l’hanno preso in parola: “non è imprenditore […] chi compie operazioni economiche, intendendo lucrarne profitto, bensì colui che introduce atti innovativi”.

Le piattaforme italiane non sembrano invece aver fame di innovazione.

Sperimentando e implementando soluzioni innovative queste due piattaforme sono state in grado di costruire micro-ambienti, contenitori virtuali ove si sviluppano e si intrecciano flussi comunicativi e finanziari, da e verso differenti tipologie di attori. Il successo ottenuto in termini di progetti pubblicati e somme raccolte è frutto delle capacità delle citate piattaforme di costruire un ecosistema virtuale entro il quale sostenitori e progettisti sono in grado di instaurare rapporti fiduciari. Tale tesi è ulteriormente avvalorata dall’ampiezza delle community presenti sulle due piattaforme e dalla presenza di backers seriali, diversamente da quanto accade nel contesto europeo ed italiano.

In Italia le piattaforme di CW non sono state ancora in grado di costruire un ambiente virtuale ove la folla si incontra e discute con i progettisti, appoggiando o rigettando idee e progetti. Le folle sulle piattaforme le indirizzano nella maggior parte dei casi i progettisti, ma si tratta sempre di un atto one-time. Qualche mentore del CW in Italia mi risponderebbe cosa c’è di male?

Abbiamo fatto un danno al mercato piuttosto che un favore. L’ amico, il collega, il parente o tutta la prima cerchia di nostri contatti provvederà al sostegno che gli chiediamo perché si fida di noi e intende sostenerci. Non si interrogherà probabilmente sull’azione che sta compiendo, né  spenderà qualche minuto sulla piattaforma per scoprire quali altri progetti sono in procinto di nascere. Una volta contribuito uscirà dalla piattaforma e avrà dimenticato l’esistenza dello strumento esattamente in.. 3,2,1 secondi. Il business model per essere autosufficiente da parte dell’offerta deve essere in grado di attrarre community interessate, partecipative, seriali. Non sporadiche.

La sopravvivenza delle piattaforme che porta con se lo sviluppo del mercato richiede una serie di onerose attività: evangelizzazione delle folle, preparazione dei progettisti, creazione di ambienti che favoriscano lo scambio di informazioni tra le folle e i progettisti, creazione di continua cultura e, soprattutto, TRASPARENZA.

Ma questo sarà oggetto di un prossimo articolo, preferisco dosare la mia dose di acidità.


Fonti:

Massolution (2015), 2015CF The Crowdfunding Industry Report http://reports.crowdsourcing.org

Università Cattolica, TIM (2016). Il Crowdfunding in Italia. Report 2016.

Starteed (2016). Tutti i numeri del Crowdfunding in Italia. https://blog.starteed.com/tutti-i-numeri-del-crowdfunding-in-italia-e34fb4ff9bdb#.xvxaucvks.

European Commission, 2016. European Digital Progress Report (EDPR) Country Reports 2016 – Digital Economy and Society Index 2016 (DESI 2016), Country Profile, Italy. Available at: https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/scoreboard/italy.

European Private Equity & Venture Capital Association (EVCA), (2016). 2015- European Private Equity Activity Statistics on Fundraising, Investments & Divestments.

Bank of Italy, (2016). Annual Report. Rome, May, 31th, 2016.

Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt (AIFI), (2016). Il mercato Italiano del private equity, venture capital e private debt nel 2015.

Giving Institute, (2014). Giving Usa 2014, The Annual Report on Philanthropy for the Year 2013.

Crowdfunding Hub (2016). Current state of Crowdfunding in Europe. Available at: http://www.crowdfundinghub.eu/the-current-state-of-crowdfunding-in-europe.

Lucia Michela Daniele

Anno 1987, Dottoressa in Economia & Management, Musicista per genetica e Lettrice del Mondo. Il Crowdfunding entra nella sua vita grazie alla tesi di laurea magistrale, e si ostina a non abbandonarla. Appassionata di Startup e Business Strategy è fermamente convinta che la finanza alternativa possa contribuire fattivamente al rinvigorimento della nostra, da troppo tempo ormai, malata economia.

3 pensieri riguardo “Il crowdfunding in Italia (ancora) non esiste

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  • 19/02/2017 in 5:11 pm
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    Ma tu sei matta, Lucia :-), in senso buono ovviamente. Il fattore culturale in Italia è il fondamento di tutti gli altri fallimenti, come il digital divide o la (non)cultura delle donazioni (del resto, in un paese che non dona ci si fa perdonare in fretta, c’è una religione che ci assiste in questo). Prova a leggere “La nostra Italia: ribellismo, trasformismo e clientelismo dall’Unità al 2000”, di Carlo Tullio Altan. Lui parla di costanza della nostra “arretratezza socio-culturale”. Insomma, il nostro è proprio un popolo bue, e nessuno ha né la voglia né il coraggio, per mancanza di cultura che sorpassi il risultato delle partite di calcio, di affrontare una qualsiasi novità. Quindi, non sperarci più di tanto, in Italia certi meccanismi alternativi non prenderanno piede se non quando sono stati già sorpassati, come sempre.
    Ottimo articolo il tuo, in bocca al lupo per tutto!

  • 20/02/2017 in 2:52 pm
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    Ciao Francesco e grazie del tuo intervento! Sicuramente abbiamo molta strada da fare ancora, ed è nostro compito sollecitare la cultura innovativa. Il mondo cambia in fretta, si evolvono nuovi modelli di business e nascono nuove modalità di interazione tra consumo e produzione. In Italia ci sono tante startup che lottano quotidianamente contro una cultura, anche e soprattutto finanziaria, a dir poco preistorica. Grazie del consiglio, lo leggerò sicuramente 🙂

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