Dont’t touch my Pebble. Un altro flop

Fitbit acquisisce Pebble: le mie riflessioni (palesemente di parte) e qualche dettaglio per chi è in possesso di uno smartwatch o ne avrebbe voluto uno.

La prima, la terza e la quarta campagna più finanziata su Kickstarter, la campagna (reward) più finanziata in assoluto: Pebble, il primo smartwatch che ha davvero fatto paura ai colossi Apple e Samsung è appena stato svenduto sul mercato.

43.385.674$ raccolti
214.073 backers

La notizia della vendita dello smartwatch Pebble al produttore di weareable Fitbit ha scosso il mercato del crowdfunding. Uno dei prodotti icona della piattaforma Kickstarter è stato acquisito per 40.000.000$, una cifra inferiore alle somme raccolte sulle tre campagne lanciate proprio dal team Californiano di Pebble Technology, una exit di poco conto (permetteteci la licenza poetica) soprattutto se confrontati con quanto offerto da Citizen lo scorso anno (una cifra vicina a 740.000.000$). Questi soldi andranno principalmente ad appianare i debiti che l’azienda ha con i vari fornitori.

Ma non è questo il vero punto. Il crowdfunding ci insegna che non sono solo i soldi a contare, quanto la community e la possibilità di proseguire e costruire un progetto sostenibile. La vera forza di pebble era, oltre al prezzo, il sistema operativo opensource che si interfacciava con la maggior parte degli altri device. In quest’ottica si può pensare che l’acquisizione, mirata a inglobare il team di ingegneri e tester attualmente al servizio di Pebble, nonché il portfolio delle sue proprietà intellettuali (comprese quelle riguardanti il sistema operativo equipaggiato sui dispositivi commercializzati, le applicazioni e le piattaforme cloud offerte) sia in perfetta linea con gli obiettivi della ormai ex start up degli orologi a inchiostro digitale.

La realtà è ben altra; dal 6 dicembre 2016 ( qui e anche qui avete tutte le informazioni sullo smantellamento di Pebble):

Decade ogni garanzia per tutti gli smartwatch
– I pre-ordini sul Pebble 2 non ancora evasi non saranno portati a termini (questo di fatto ammazza il nuovo modello, con buona pace di chi già lo ha avuto e può gelosamente custodirlo in collezione)
– Chi non ha ricevuto l’orologio (anche da campagne precedenti) verrà rimborsato
Pebble non promuoverà, produrrà e venderà nessun altro dispositivo (insomma, morto tutto).

Tiriamo le somme, cosa capiamo oggi dall’acquisizione da parte di FitBit dello smartwatch Pebble? Essenzialmente 3 cose:

  1. Una grande (in questo caso nemmeno 3) campagna non fa di un prodotto un’azienda.
  2. Il crowdfunding non è sempre la risposta, ma uno strumento che fa parte di un insieme di operazioni che devono avere, ognuna, uno scopo ben definito.
  3. Quando volete un orologio, compratelo subito, NO COMPROMISE! Perché potrebbe capitare che domani l’azienda che lo produce venga comprata, smembrata e cancellata in questo orribile, terribile e infausto mondo.

 

Nicola Furnari

Siciliano adottato dalla nebbia, laurea in marketing e passione per il digital. Amo cibo, vino e mare e loro amano me.

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